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Il dialetto cesense

[Tratto da “Il dizionario del dialetto cesense” di Osvaldo Cipollone]

CURIOSITA’
Fra i termini più antichi del dialetto cesense se ne annoverano molti oramai usciti dal gergo comune. Tra i più curiosi ricordiamo: accia accia = tessuto grezzo ricavato prevalentemente dalla canapa; ammarronàrese = rimanere con le ruote del carro incastonate fra le crepe del terreno; ajjiaccoja’ = fissare i bigonzi al basto o al carro tramite corde inserite in catenelle di legno; spreggiudicaziuni = pubblici annunci di nuovi matrimoni pronunciati dal parroco sull’altare; recónzolo = pranzo offerto ai parenti di un defunto nel giorno del funerale per “riconsolarli” della perdita; prètia e macigna = strumenti usati per frantumare e sfibrare la canapa; vijjójo = cascàme del lino o della canapa in lavorazione.
Esistono anche lievi sfumature e varianti dei termini in uso all’interno della stessa popolazione cesense; esse sono da ricondursi per lo più alla diversa origine di alcune persone che hanno portato con loro influssi e termini propri. Altre variazioni del “nostro” linguaggio sono invece dovute all’età ed alla scolarizzazione dei singoli pur essendo l’estrazione sociale uniforme nel nostro paese. Si possono inoltre individuare nel linguaggio popolare dei veri e propri neologismi, di origine locale o, più spesso, nati dalla storpiatura o dalla rielaborazione di termini moderni della lingua italiana così come di idiomi stranieri.
Altre voci dialettali sono, invece, presenti nel vocabolario italiano con significato del tutto differente. Alcuni esempi: uscio, porta o ingresso, è la pianta del bosso; mósto, il vino in fermentazione, significa mosso, spostato; matto, persona instabile di mente, significa fascina; rutto, emissione rumorosa d’aria dalla bocca, vuol dire rotto, spezzato; canto, canzone, significa vicino, accanto; croccante, alimento friabile e ben cotto, è un sostantivo che indica un dolce di frutta secca con miele; sbadato, persona disattenta, indica un podere senza recinzione; sperata, bramata, desiderata, significa momentanea comparsa del sole, ecc. ecc.
Il “nostro linguaggio” ha subito nel tempo una certa trasformazione ed un imbarbarimento generato da influssi di altri idiomi. Ciò è stato certo determinato dalla “fisiologica contaminazione” da parte della lingua italiana che, fortunatamente, ora viene usata anche da qualche anziano. Ma, se da una parte essa ha arricchito la nostra proprietà di linguaggio, dall’altra ha “congelato” alcuni termini indigeni.

 

PARTICOLARITA’ FONETICHE E GRAMMATICALI
La lettera j, presente anche nell’alfabeto greco e latino, nel dialetto cesense può assumere valore di consonante con suono “gli”, quando sostituisce il gruppo lli. (Es. mojjica = mollica, cajjina = gallina). Quando invece deriva dalla trasformazione della lettera g, ha un suono intermedio tra questa e la i. ( Es. jatta = gatta, jòcca = chioccia, juvo = giogo per il traino).
La consonante g, viene spesso omessa all’inizio, quando è seguita dalla r (rano = grano , ‘roppa = groppa, ‘rijjo = grillo). I gruppi iniziali im e in, si trasformano per elisione della vocale i ‘mprecaziuni (imprecazioni), ‘ntrovelato(intorbidito); il gruppo mb viene modificato in mm (‘mmasti’ = imbasire, ‘mmuttijjio = imbuto). La l, quando precede un’altra consonante, si modifica spesso in r: arboro (albero), carmo (calmo).
La s, nel gruppo sc, mantiene lo stesso suono che ha in italiano (ruscio = rosso), ma diviene sibilante (s) e più dolce nel gruppo sc (cascio = formaggio, quasci = quasi, rascia = brace). La v, quando si trova all’inizio del termine ed è seguita dalle vocali o od u, spesso viene elisa (voce = ‘oce, vuoto = ‘ùeto). La z ha suono dolce quando è sottolineata (zavaglia = laccio per la sferza della ruzzola), diversamente dalla z che ha invece suono aspro (zizitto = neonato).

Nel passaggio dall’italiano al dialetto molte lettere, o gruppi, mutano abbinamento o fonetica in modo sistematico.
La g dura diventa j nelle parole ghiotta → jotta; gatta → jatta; ghianda → jjanna ecc.
Il gruppo avv muta spesso in abb. Es. avvicinare = abbecina’; avvitare = abbita’; avviarsi = abbiàrese
Come accennato, poi, la lettera seguita da altra consonante si trasforma spesso in r. Ad es. lb muta in rb; balbettare → barbetta’; baldacchino → bardacchino; lc diviene rg; calce → carge, falce → farge, dolce → dorge. Altri gruppi di lettere seguono trasformazioni in modo regolare. Ad esempio:
(1) ld in ll; caldo → callo, caldaio → callarals in rz; falso → farzo; Balsorano → Barzoranolt in rt o rd; maltrattare → martratta’; svelto → sverdond in nn; quando → quanno, mondo → munno, tondo → tunnonf in mb; confetti → combétti, confinare → cumbina’, rinfacciare → rembaccia’ns in nz; l’insalata → la ‘nzalata, pensieri → penzieri, consolare → conzola’;
(2) nv in mm; invece → ‘mmece, invitare → ‘mmita’, inventare → ammenta’pl in pr; supplicare → supprica’ri in re; ridare → reda’, ricominciare → recomenza’, ricotta → recottarl in ll; prenderla → piglialla;
(3) rs in rz; persone → perzone, perso → pérzo, persica → perzeca.
Spesso le desinenze finali aio ed aia, mutano rispettivamente in aro ed ara: pagliaio → pagliaro; mugnaia → molenara; piattaio → piattaro; fornaia → fornara; ecc.
La desinenza del gerundio muta da endo ed ando in ènne: vedendo → vedènne; pulendo → pulènne; giocando → ggiochènne; parlando → parlènne.
La forma riflessiva dei verbi viene spesso adottata in dialetto per “tradurre” quelle che in italiano sono forme attive dell’imperfetto: ad esempio “io pensavo” diviene “i’ me penzeva” e “chi l’avrebbe creduto?”, “chi se llo sarria creduto?” (antiq. “criso”).
All’infinito le desinenze “arsi” ed “irsi” divengono “àrese” ed “ ìrese”, mentre la 2ª coniugazione “ersi” muta il più delle volte “ese”. Es. “lavarsi” → ”lavàrese”; “pentirsi” → “pentìrese”; “perdersi” → “pèrdese”.
I vocaboli dialettali che al singolare terminano in óno, al plurale cambiano in uni. Es. maglióno → magliuniscarpóno → scarpuni‘mbruglióno → ‘mbrugliuni, salvo qualche rarissima eccezione.
I nomi di quasi tutte le piante indicano sia il frutto che l’albero. Es. mijo = melo e mela; piro = pero e pera; ceràscia= ciliegio e ciliegia; mmàndola = mandorlo e mandorla; sòreva = sorbo e sorba; piricotugno = cotogno e cotogna.

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Sono presenti, nel nostro come in altri dialetti dell’Italia centro meridionale, altre rilevanti particolarità:
L’aggettivo possessivo viene posto di solito dopo il sostantivo cui è legato: mamma me’, jo paeso mi’, la casa se’.
L’afèresi (elisione della lettera iniziale della parola) è frequente negli articoli indeterminativi (‘no = uno, ‘na = una) e nelle parole che iniziano per in e im, come già accennato (‘ntorno = intorno, ‘mprovelato = impolverato); come la preposizione semplice in, che va a legarsi al termine seguente (‘n-célo = in cielo, ‘n-terra = in terra).
L’epìtesi (l’aggiunta di una sillaba al termine di una parola) avviene soprattutto con la sillaba ne, utilizzata per dare tono rafforzativo al termine. Si verifica nei verbi all’infinito, solitamente tronchi (laora’ → laoranemagna’ → magnane) e nei monosillabi (i’ → inetu → tune‘u’ → unenu’ → nunescì → scineno → none) ecc.
La sincope (omissione di una sillaba all’inizio della parola) è sovente utilizzata nei dialetti per la necessità di un linguaggio più rapido e incisivo (signora mia = ‘gnòra me’; non sono potuto venire = no’ sò’ puto veni’).
La metàtesi (l’inversione dei suoni in una parola): crapa per capra, prèta per pietra, cèrqua anziché quercia, crasta’al posto di castrare, crompa’ invece di comprare ecc.
L’apòcope, il troncamento della sillaba finale negli infiniti (lègge = leggere, ggioca’ = giocare, senti’ = sentire).
Il raddoppio delle consonanti iniziali è un “vizio” di pronuncia tradottosi nella lingua scritta (bbicilletta = bicicletta, ggente = gente, ggesummaria = rosmarino). Si verifica anche nelle parole che seguono la preposizione semplice a (a ppèto = a piedi, a nnata’ = a nuotare, a ccasta = a casa tua) o in, solo se i termini iniziano per m ed n, (in mezzo = ‘mméso, in nome di Dio = ‘nnòm’ ‘e Ddio).
La fusione dell’aggettivo possessivo di 1ª e 2ª persona singolare con la parola che lo segue (fràteto = tuo fratello, matréeta = tua suocera, nònneto = tuo nonno). Avviene, inoltre, quando i pronomi personali di 1ª e 2ª pers. sing. e plur. sono preceduti dalla preposizione semplice con (méco = con me, téco = con te, nósco = con noi, vósco = con voi). Questa particolarità ricorda le forme latine mecum, tecum, vobiscum, ecc. La fusione avviene anche quando la preposizione in è seguita da termini che iniziano per m o n (in mezzo = ‘mméso, in nome di Dio = ‘nnòm’ ‘e Ddio).
Ci sono poi dei vocaboli dialettali che, pur formati dalle stesse lettere ed avendo la stessa accentazione, vengono pronunciati in maniera differente. Questa particolarità si ritrova, ad esempio, nelle parole che contengono il gruppo cchi. Tra “sicchi” (plurale di “sicco” = secco) e sicchi (plurale di sicchio = secchio), infatti c’è diversità di pronuncia: il primo suono è gutturale e più accentuato rispetto al secondo, che è più “strascicato” (e che per nostra convenzione distinguiamo con la sottolineatura). Lo stesso avviene tra “arricchi”, 2ª persona singolare del verbo arricchi’ = arricchire e “arricchi”, 2ª persona singolare del verbo arrecchia’ = ascoltare.
Anche nel nostro dialetto, infine, esistono alcuni termini che hanno forma esclusivamente singolare. Es. la jjannaindica la ghianda e le ghiande così come l’aggettivo “verde”, utilizzato nel senso di “verde” e “verdi”.
LATINISMI
Il nostro dialetto, come del resto quelli dell’Italia centro meridionale, risente degli influssi della lingua latina dalla quale molti idiomi locali hanno preso la propria rudimentale forma. Qui di seguito alcune derivazioni:
Il pronome isso = lui deriva da is = egli, il vocabolo còccia = testa trae origine da cochlea = chiocciola, lumaca e otepério = cosa mal fatta deriva da vituperium cioè vituperare = trovar da ridire, criticare, rimproverare. Inoltre si menzionano: masséra = stasera (da magis sero); maddima’ = stamattina (da magis mane); inotte = questa notte (da ista nocte); mo’ = ora (da modo); óji = oggi (da hodie); ècco = qui (da hic); èsso = costì (da isthic); lòco = in quel luogo (da illuc); cétto = di buon’ora (da cito); ciriciòccola = cervice (da cervix e cochlea); cottora, cotturo, cutturellae derivati (da coctus); concallàrese = arrossarsi per strofinio o fermentare (da concalere); copéjjo = piccolo barile (da cupella); énnicio = uovo indicatore, indice (da index); jènca = giovenca (da iuvencus); lappo = orlo, bordo (da labium); manóppio = covone (da manipulus); pèrzeca = frutto della pesca (da persicum); sellecqua = baccello (da siliqua); mantìo = tovaglia (da mantelium); e tanti altri ancora.
Lo stesso influsso è inoltre evidente nella forma di due articoli determinativi di genere maschile singolare: jo e lo. Il secondo, in particolare, è usato per i nomi che indicano concetti caratterizzanti prodotti o sostanze che non hanno plurale, oltre che davanti a quei termini derivanti da neutri latini. Es. lo vino (vinum), lo salo (salis), lo pano (panis), lo lardo (lardum), lo sanguo (sanguis).
Alcune parole possono inoltre “sopportare” entrambi gli articoli, assumendo significati diversi a seconda di quello utilizzato. Es. “lo piombo” = il piombo, inteso come metallo in genere e “jo piombo” = strumento del muratore; “lo férro” = elemento chimico e “jo férro” = ferro da stiro o quello da far cialde, oppure quello usato per ferrare le bestie. L’articolo “lo” accompagna anche i verbi, gli aggettivi e gli avverbi sostantivati (lo laora’, lo fabbrica’, lo malo campa’, “lo bbóno è bbóno e llo méglio è mméglio”).

CENNI DI GRAMMATICA DEL DIALETTO CESENSE
Le specifiche “norme grammaticali” relative ad articoli, preposizioni, aggettivi, pronomi, avverbi, verbi ausiliari e coniugazioni verbali sono state analizzate e raccolte da Roberto Cipollone nel pdf allegato.

>Cenni di grammatica dialettale cesense